Innovazione nella formazione dei futuri veterinari: Virtual Vet Lab trasforma i metodi di apprendimento con la realtà virtuale, il crowdfunding e il cofinanziamento dell’Università di Torino

In che modo aumentare le competenze pratiche di studenti e studentesse di veterinaria rispettando al contempo il benessere degli animali? Dalla risposta a questa domanda nasce Virtual Vet Lab, un innovativo software di realtà virtuale sviluppato all’interno dell’Università di Torino.

 

Come è nato il progetto

“Quando una persona termina il percorso di studi in veterinaria esce dall'università con un’esperienza pratica limitata. E questo è un problema, sia per i pazienti che per i veterinari, che sono sottoposti a uno stress elevato causato dall’esperienza ridotta. Abbiamo ideato Virtual Vet Lab per rispondere a questa sfida” ha dichiarato Michela Bullone, Professoressa associata dell’Università di Torino, che ha sviluppato il progetto insieme alle ricercatrici Giulia MemoliAlessandra Romolo e Beatrice Sica.

“L’idea è nata scontrandomi con i limiti della didattica a distanza sperimentati durante la pandemia. Mi sono chiesta perché non fossero disponibili in ambito veterinario strumenti di realtà virtuale come già avviene per la medicina umana. Con una semplice ricerca online ho scoperto che era possibile e così è iniziato il lavoro”.

 

Le opportunità di un nuovo modo di fare didattica

“Con la realtà virtuale possiamo migliorare il livello di preparazione dei veterinari. Virtual Vet Lab non è solo uno strumento didattico, ma una vera palestra per lo sviluppo di competenze cliniche, dove studenti e studentesse possono esercitarsi in procedure delicate come l'endoscopia respiratoria sui cavalli, acquisendo abilità pratiche senza rischi per gli animali. Tramite un visore e dei manipoli ricreiamo un ambiente virtuale dove ogni studente e studentessa si ritrova completamente immerso e che riproduce casi clinici con cui confrontarsi e acquisire esperienza.” ha proseguito Michela Bullone. 

 

Abbiamo lanciato la campagna di crowdfunding Virtual Vet Lab: per una didattica 4.0  sulla piattaforma Ideaginger.it (www.ideaginger.it) per reperire le risorse necessarie a terminare lo sviluppo del software dotandolo di un’interfaccia di utilizzo semplice, renderlo ancor più realistico inserendo un docente virtuale che guiderà gli studenti e aumentare il numero dei casi clinici simulati”.

 

Con Funds TOgether l’Università di Torino raddoppia i fondi raccolti

L’Università di Torino ha selezionato Virtual Vet Lab nell’ambito dell’iniziativa di crowdfunding Funds TOgether, sviluppata insieme a Ginger Crowdfunding, che gestisce la piattaforma con il tasso di successo più alto in Italia,Ideaginger.it. E proprio grazie all’Università di Torino ogni euro donato vale doppio: l’ateneo infatti raddoppierà i fondi raccolti da Virtual Vet Lab, fino a un massimo di 10.000 euro.

 

“L’Università di Torino”, ha dichiarato Alessandro Zennaro, Vice-Rettore per la valorizzazione del patrimonio umano e culturale in Ateneo, “probabilmente più di qualsiasi altro ateneo, in questa fase storica, ha intrapreso un’azione organizzata di valorizzazione della conoscenza e di divulgazione scientifica, assumendo anche posizioni apicali nella rete degli atenei italiani per il Public Engagement (ApeNet). L’iniziativa di Crowdfunding costituisce un’ulteriore opportunità per avvicinare la ricerca scientifica alla comunità territoriale e nazionale, illustrandone gli obiettivi, facendo conoscere le ricercatrici ed i ricercatori coinvolti, stimolando la curiosità e soprattutto dimostrando che, spesso, i prodotti della ricerca hanno ricadute immediate sulla vita di tutti noi, quotidianamente. Virtual Vet Lab è un progetto importante che coniuga in maniera esemplare innovazione tecnologica e salute, formazione professionale e didattica innovativa. Per questo merita di essere sostenuto”.

 

“Questa campagna è un’occasione anche per lo staff dell’Università di Torino di confrontarsi con le opportunità del fundraising e della finanza alternativa per la ricerca e l'innovazione,” ha aggiunto Elisa Rosso, Direttrice della Direzione Innovazione e Internazionalizzazione dell’Università di Torino, che ha poi aggiunto “Per esempio stiamo contattando e ricercando partner istituzionali e aziendali interessati a supportare il progetto. Promuovere il crowdfunding è un’occasione per raccontare il valore della ricerca scientifica e sensibilizzare la comunità sul lavoro svolto in ateneo, che in questo caso permetterà di ampliare l’utilizzo di una tecnologia innovativa spesso ad appannaggio della sola medicina umana”.

 

I risultati positivi dei primi test

“Sono ormai 4 anni che lavoriamo a Virtual Vet Lab” ha ripreso Michela Bullone “e i primi risultati sono incoraggianti. Gli studenti e le studentesse che si sono esercitati con il visore, quando devono confrontarsi per le prime volte con una vera endoscopia su un cavallo, hanno migliori abilità diagnostiche. Come Università siamo sollecitati dalle istituzioni a migliorare costantemente la didattica, così possiamo farlo in modo etico ed economico”.

 

Come partecipare al crowdfunding

“Sono già tantissime le persone che ci hanno sostenuto con una donazione ma abbiamo ancora bisogno di aiuto per raggiungere il nostro obiettivo. Insieme possiamo migliorare la preparazione dei veterinari, aiutandoli a sentirsi più confidenti quando dovranno fare i primi interventi e tutelando al contempo il benessere dei cavalli. Per i nostri sostenitori abbiamo ideato numerose ricompense, tra cui anche l’opportunità di trascorrere una giornata in università per confrontarci sull’applicazione delle nuove tecnologie in ambito veterinario. Aiutateci con una donazione, vi aspettiamo!” ha concluso Michela Bullone.

 

Sostenere il progetto Virtual Vet Lab è semplice, sul link https://www.ideaginger.it/progetti/virtual-vet-lab-per-una-didattica-4-0.html è possibile donare in pochi click tramite PayPal, bonifico bancario o carta di credito.

 

A questo link sono disponibili materiali grafici e video del progetto: https://bit.ly/49doGME

 

Funds TOgether è il programma di finanza alternativa per la ricerca e l'innovazione sviluppato dall’Università di Torino insieme a Ginger Crowdfunding. Obiettivo è fornire ai ricercatori e alle ricercatrici dell’ateneo le competenze per progettare e promuovere una campagna di crowdfunding, acquisire nuove risorse e avvicinare la comunità universitaria alla società civile attraverso progetti a forte impatto sociale e ambientale.

Data di pubblicazione del comunicato: 
Venerdì, 2 Febbraio, 2024

Dalla Tunisia all'Università di Torino: il progetto per migliorare la formazione e l'occupabilità dei biotecnologi

È iniziato oggi, lunedì 29 gennaio alle ore 9, e proseguirà fino a venerdì 2 febbraio al Molecular Biotechnology Center (MBC) dell’Università di Torino (via Nizza 152, Torino), l’incontro “Modernisation de la formation en biotechnologie en vue d'une meilleure employabilité des diplômes en Tunisie", inserito nell'ambito del progetto Erasmus+ Capacity Building for Higher Education “Biotech Tunisia”. L’iniziativa coinvolge le quattro università tunisine di Monastir, Sfax, Manouba e Jendouba,  insieme a tre partner europei: Università di Torino (Italia), Porto (Portogallo) e Tampere (Finlandia).

 

L'obiettivo principale del progetto è rivedere e riformare i programmi di apprendimento nel settore biotech in ciascuna delle quattro università tunisine coinvolte e trasferire nella realtà tunisina l'esperienza maturata in Unito sulla capacità di fare impresa partendo dall'Università nel campo delle biotecnologie, nonché ridefinire gli obiettivi di apprendimento e i piani ministeriali tunisini. Compito dei partner europei è suggerire o indicare buone pratiche per migliorare l'inserimento sul mercato del lavoro degli studenti tunisini di biotecnologie attraverso un programma di formazione che include workshop, webinar e visite di esperti europei in Tunisia.

 

Si tratta del terzo incontro tra le università partner dell’iniziativa. Hanno aperto i lavori: il Rettore dell'Università di Torino, Stefano Geuna, la Prof.ssa Fiorella Altruda, che ha guidato il progetto fino a novembre 2022 e la Prof.ssa Emanuela Tolosano, attuale coordinatrice del progetto. Le attività organizzative sono state supervisionate dalla Dott.ssa Cornelia Di Gaetano, tecnico di ricerca presso il Dipartimento di Biotecnologie Molecolari e Scienze per la Salute.

 

A Torino è arrivata una delegazione composta da 28 tra docenti, ricercatori e dirigenti del Ministry of Higher Education and Scientific Research Tunisia, guidati dalla Prof.ssa Manel Ben M’Hadheb, Maître de Conférences en Biologie Moléculaire dell’Institut Supérieur de Biotechnologie de Monastir (ISBM) e coordinatrice Internazionale di Biotech Tunisia.

 

Al termine del progetto, che si concluderà il 14 luglio 2024, i programmi accademici verranno rivisti in base alle indicazioni delle autorità ministeriali, studenti e docenti delle università tunisine e ai suggerimenti dei tre partner europei, portando all'attuazione di riforme curricolari. Biotech Tunisia è infatti uno Structural Project, un progetto che impatta sul sistema dell'istruzione di secondo e terzo livello e prevede la partecipazione del Ministero della Pubblica Istruzione tunisino.

Data di pubblicazione del comunicato: 
Lunedì, 29 Gennaio, 2024

La senatrice a vita Elena Cattaneo inaugura il primo Master in Comunicazione della scienza

Oggi, venerdì 26 gennaio, in Aula Furlan (Blu-Viola) al Polo Didattico dell’Ospedale San Luigi Gonzaga di Orbassano (Regione Gonzole, 10, Orbassano) viene inaugurato il primo Master Universitario di I Livello in “Comunicazione della Scienza” dell’Università di Torino.

 

La lectio magistralis Armati di scienza vede come ospite illustre Elena Cattaneo, farmacologa, autrice del libro omonimo (2021) e senatrice a vita, a colloquio con Gabriele Beccaria, giornalista capo redattore dell’Hub Salute del Gruppo Gedi e responsabile di TuttoScienze per il quotidiano La Stampa. La lectio a doppia voce, da un lato quella della ricerca scientifica e dall’altro quella del giornalismo, incarna le due anime inscindibili di un corso che si propone di affrontare tematiche di attualità scientifica con il duplice approccio dell’approfondimento accademico e della comunicazione giornalistica.

 

Il Master è un'iniziativa del Dipartimento di Scienze Cliniche e Biologiche di UniTo ed è aperto a tutti gli indirizzi di laurea triennale.  Si propone, attraverso una formazione teorica e pratica, di creare figure professionali in grado di comunicare in modo efficace ai diversi pubblici interessati alla ricerca e all’innovazione in ambito di scienza e salute, definita, quest'ultima, secondo l’approccio "One Health", in cui benessere umano, animale e ambientale sono strettamente legati tra loro. Raccontare la scienza è diventato, del resto, a pieno titolo anche la cosiddetta Terza Missione dell’Università, obbligo da cui non ci si può più esimere.

 

Il Master offre un percorso di formazione alla comunicazione della scienza, teorica e pratica, a 360 gradi. Il programma prevede l’approfondimento e la lettura critica della ricerca nel campo della medicina, della biologia, della scienza ambientale e delle neuroscienze considerati cruciali per chi vuole approfondire il mondo della comunicazione in ambito medico-scientifico. Capire come trattare gli argomenti più attuali e socialmente dibattuti in questi campi, dall'editing genetico nella medicina all’alimentazione, dai vaccini al riscaldamento globale fino al rischio di pandemie, diventa fondamentale per costruire una comunicazione davvero efficace, che non si limiti solo a presentare e discutere le tematiche scientifiche, ma anche a far riflettere sul loro impatto sociale. 

 

Le lezioni si svolgeranno nella sede di Orbassano e si rivolgono a studentesse e studenti provenienti da diversi ambiti formativi e professionali proprio per valorizzare la varietà dei possibili percorsi accademici, da quelli scientifici a quelli umanistici, passando per quelli più tecnici. Il Master ha il patrocinio dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte e nasce da una proposta di Silvia De Francia e Antonella Roetto, entrambe attive comunicatrici di scienza, insieme ai docenti di Dipartimento impegnati in Terza Missione, Stefania Pizzimenti e Michele De Bortoli, e coinvolge Angelo Stera, psicologo dell’età evolutiva e Gabriele Beccaria, giornalista scientifico. 

 

L’evento di inaugurazione è aperto a tutti senza obbligo di prenotazione e può essere seguito anche in diretta streaming su UnitoMedia

Data di pubblicazione del comunicato: 
Venerdì, 26 Gennaio, 2024

Giornata della Memoria: inaugura la mostra Sport e Totalitarimi

Domani, venerdì 26 gennaio, alle ore 11.30 nel Complesso Aldo Moro (via Sant’Ottavio 18, Torino) inaugura la mostra Sport e Totalitarismi, un’iniziativa del Dipartimento di Lingue e Letterature straniere e Culture moderne dell’Università di Torino, in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Regionale per il Piemonte. Ufficio V - Ambito Territoriale di Torino, GTT, il CUS Torino, la Fondazione Vera Nocentini, AFLab.

 

Tre istituti di Secondo Grado specializzati in grafica (Albe Steiner e Bodoni-Paravia di Torino, Piero Martinetti di Caluso) con cinque classi e circa cento studentesse e studenti hanno partecipato a un percorso di sensibilizzazione e scoperta di atleti le cui storie sono indissolubilmente legate agli anni 30 e 40 del Novecento. Dei 24 lavori prodotti, 10 sono stati selezionati per essere esposti nell’atrio della fermata Marconi della Metropolitana di Torino e saranno presentati al pubblico venerdì 26 gennaio alle ore 10. Tutti gli elaborati sono invece diventati parte della mostra presso il Dipartimento di Lingue e Letterature straniere e Culture moderne UniTo.

 

Lo sport è sempre stato utilizzato dai regimi totalitari come strumento di propaganda. La pratica sportiva divenne per il fascismo e per il nazismo uno strumento per ottenere consenso popolare e per dimostrare la presunta superiorità della “razza ariana”. Le norme razziste, emanate dai due regimi, portarono all’esclusione dei cittadini ebrei dalla pratica professionistica e dilettantistica in circoli, club e competizioni. Molti atleti furono invece deportati nei campi di sterminio.

 

Dopo aver partecipato ad una lezione di inquadramento del periodo tenuta dalle docenti e dai docenti del Dipartimento di Lingue e Letterature straniere e Culture moderne UniTo, gli studenti hanno svolto ricerche sui personaggi che, in molti casi, non fecero più ritorno dai lager nazisti. Ma anche i “salvati”, per citare Primo Levi, uomini ai quali lo sport salvò la vita e permise di sopravvivere alla deportazione. Gli studenti hanno infine riportato i contenuti in forma grafica, preparando dei poster che raccontano le storie alle quali si sono avvicinati: dal calciatore Vittorio Staccione al pugile Leone Jacovacci, dalla tennista Nelly Neppach al pesista Ben Helfgott

 

"Il Giorno della Memoria da sempre rappresenta per Dipartimento di Lingue e Letterature straniere e Culture moderne un momento importante per ricordare e riflettere. Il progetto "Sport e totalitarismi" nasce dalle diverse anime del Dipartimento: quella linguistica e letteraria, che parla di persone attraverso le loro storie scritte in lingue diverse, e quella culturale, che fornisce una cornice irrinunciabile per comprendere come e perché tali storie sono accadute. Attraverso le vicende, spesso tragiche, di sportivi provenienti da tutta Europa, il progetto restituisce la dimensione multiculturale e multilingue del Dipartimento, e, cosa più importante, fa raccontare questi personaggi da 100 studentesse e studenti degli istituti superiori della città. E' un progetto rivolto alle scuole e realizzato con le scuole, che è il vero senso della Terza Missione dell'Università. La collaborazione con altri importanti attori del territorio, primi fra tutti l'USR, GTT e Infra.to, rende l'iniziativa ancor più significativa”, dichiara Matteo Milani, Direttore del Dipartimento di Lingue e Letterature straniere e Culture moderne UniTo.

 

"GTT attraverso i suoi servizi di trasporto pubblico collega i singoli individui e le comunità e contribuisce a favorire la mobilità delle persone e la loro partecipazione alla vita sociale e culturale della città. Per tale ragione è orgogliosa di sostenere l'iniziativa "Sport e totalitarismi". Il progetto è un'occasione importante per contribuire a costruire una società più inclusiva e rispettosa dei diritti di tutti attraverso il ricordo”, aggiunge Serena Lancione, Amministratore Delegato di GTT.

Data di pubblicazione del comunicato: 
Giovedì, 25 Gennaio, 2024

Data Steward: a UniTo si formano i nuovi specialisti dei dati

Martedì 23 gennaio alle 16:00, nell’Aula A del Dipartimento di Informatica (ingresso da Via Pessinetto 12 - Torino) e online sulla piattaforma Webex verrà presentato al pubblico il nuovo Corso Universitario di Aggiornamento Professionale (CUAP) per Data Steward dell’Università di Torino, attivato con il sostegno della Compagnia di San Paolo.

 

Interverranno: 

  • Laura Scomparin - Vice-Rettrice UniTo per la Ricerca delle Scienze economiche, giuridiche e sociali 
  • Gianluca Cuniberti - Presidente della Commissione Ricerca del Senato Accademico
  • Marco Aldinucci - Docente Dipartimento di Informatica, Coordinatore Gruppo di Lavoro di Ateneo Open Science
  • Elisa Rosso - Dirigente Direzione Innovazione e Internazionalizzazione UniTo
  • Antonella Trombetta - Dirigente Direzione Ricerca UniTo
  • Rossana Damiano - Docente Dipartimento di Informatica, Direttrice del Corso
  • Raffaele Calogero - Docente Dipartimento di Biotecnologie Molecolari e Scienze per la Salute, Coordinatore del corso

 

L’introduzione di un Corso Universitario di Aggiornamento Professionale (CUAP) per Data Steward all’Università di Torino risponde alla crescente esigenza di enti di ricerca, aziende e enti pubblici di incorporare nel proprio organico questa nuova figura professionale, nata nel contesto della European Research Area (ERA) e della European Data Strategy per rispondere a una crescente esigenza di riproducibilità della ricerca e adesione ai principi di Open Science. 

Data Steward svolgono un ruolo cruciale nel supporto a chi produce e tratta dati per individuare gli standard, i formati, le modalità e le infrastrutture attraverso le quali i dati possono entrare nel circuito dell’innovazione e della crescita della società nel suo insieme, in un’ottica di Open Science e di massima trasparenza, per una scienza più responsabile e in grado di rispondere alle sfide globali. 

 

Competenza fondamentale del Data Steward è la relazione con le infrastrutture di ricerca dedicate ai dati in ambito nazionale ed europeo – tra le quali spicca la European Open Science Cloud (EOSC)  la piattaforma virtuale per la condivisione e elaborazione dei dati della ricerca europea, che rappresenta una delle azioni pilota individuate dal Consiglio d’Europa per rafforzare la nuova European Research Area.

Il Corso Universitario di Aggiornamento Professionale (CUAP) per Data Steward si terrà presso il Dipartimento di Informatica da marzo a ottobre 2024 e prevede un percorso multidisciplinare di 40 CFU e si articola in 3 macro-aree didattiche:

  • area informatico-archivistica: formazione su architetture informatiche, protocolli e paradigmi di rappresentazione; principi e modelli di archivistica;
  • area etico-giuridica e sociale: formazione su aspetti etici nella raccolta e condivisione dei dati; aspetti legali a livello nazionale e comunitario;
  • casi studio: studio di infrastrutture e di casi studio reali nell’ambito delle Scienze Umane, delle Scienze Sociali, nelle Scienze della Vita e nelle Scienze Dure (fisica, chimica, matematica, scienze della terra, agraria).

 

La frequenza è gratuita, l’accesso è limitato a un massimo di 25 partecipanti in possesso di laurea triennale, laurea magistrale o dottorato di ricerca ed è regolato da un colloquio di ammissione.

Le iscrizioni saranno aperte dal 5 al 14 febbraio 2024.

 

Il programma didattico, le scadenze e ulteriori informazioni sul corso sono disponibili al link: https://hpc4ai.unito.it/cuap-data-steward/

Data di pubblicazione del comunicato: 
Lunedì, 22 Gennaio, 2024

Nasce il Centro di Studi e Ricerca sul Cibo Sostenibile

Oggi, lunedì 22 gennaio, alle ore 11.00, presso l’Aula Magna della Cavallerizza Reale (via Verdi 9, Torino), è stato presentato alla stampa il nuovo Centro di Studi e Ricerca sul Cibo Sostenibile, realizzato da Università di TorinoPolitecnico di TorinoUniversità del Piemonte Orientale e Università di Scienze Gastronomiche di PollenzoSono intervenuti Stefano Geuna, Rettore Università di TorinoGuido Saracco, Rettore Politecnico di TorinoGian Carlo Avanzi, Rettore Università del Piemonte OrientaleBartolomeo Biolatti, Rettore dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e Cristina Prandi, Vice-Rettrice per la ricerca delle scienze naturali e agrarie dell’Università di Torino. Per l'occasione è stato lanciato un appello di Carlo Petrini per un nuovo sistema educativo alimentare da sottoscrivere in maniera individuale e collettiva (QUI IL TESTO DELL'APPELLO).

 

Il Centro di Studi e Ricerca sul Cibo Sostenibile, che avrà sede a Pollenzo presso l’Università di Scienze Gastronomiche e Carlo Petrini come Presidente, rappresenterà un polo di ricerche e di studi sul cibo come bene complessivo, connesso all’ecologia, all’agricoltura e al consumo sostenibili, all’educazione sensoriale, agli stili di vita consapevoli, al benessere del vivente, all’economia circolare, alle politiche alimentari, all’innovazione non solo tecnologica ma anche concettuale e di modello, con l’obiettivo di attrarre finanziamenti per linee di ricerca applicata e processi di sviluppo di prototipi, e di diventare un punto di riferimento internazionale sul tema.

 

Il Sistema Universitario Piemontese, per le caratteristiche differenti e complementari dei quattro Atenei, è in grado di garantire un solido capitale di conoscenze, competenze, infrastrutture di ricerca avanzate, oltre a una rete di collaborazioni con enti e istituzioni nazionali e internazionali non profit, di ricerca e formazione, e associazioni di cittadini. Il Centro di Studi e Ricerca sul Cibo Sostenibile sarà un luogo di incontro e di coordinamento, dove nasceranno e da dove partiranno i progetti collaborativi, implementati e realizzati nei laboratori specialistici di UnitoPolitoUniUPO e UniSG, secondo una logica di laboratorio diffuso che sfrutta e valorizza le infrastrutture di eccellenza già presenti nelle sedi degli Atenei piemontesi.

 

Il nuovo centro si occuperà anche di formazione e terza missione, con una funzione di supporto alle iniziative culturali e turistiche di promozione del territorio e di promozione di una coscienza individuale e collettiva sul tema del futuro della vita umana sul pianeta. Si svilupperà, grazie alla rete di ricercatori, studiosi, studenti, istituzioni e stakeholder che ne saranno parte attiva, lungo due assi tematici principali, che saranno approcciati trasversalmente, in un’ottica completamente interdisciplinare: quella della salute e del benessere e quello della società e della comunità. Questo significherà non soltanto attivare ricerca e formazione, ma anche promuovere e sostenere incubatori creativi e start-up per studenti o alumni delle Università che intendono sperimentare nuove vie imprenditoriali per il futuro della buona alimentazione del pianeta, così da incentivare la nascita di imprese che abbiano al centro un nuovo modello di produzione, distribuzione e consumo del cibo.

 

ll Centro di Studi e Ricerca sul Cibo Sostenibile intende portare avanti un’azione forte di sensibilizzazione delle istituzioni pubbliche affinché l’educazione alimentare e, più in generale, l’educazione a stili di vita consapevoli e sostenibili, entrino in maniera organica nei curricula della scuola primaria e secondaria. La transizione ecologica non può prescindere dalla formazione delle generazioni più giovani fin dai primi anni del proprio percorso formativo. Per realizzare questo obiettivo, oltre che un’azione di advocacy forte nelle sedi istituzionali e decisionali, sarà altresì necessario immaginare strumenti di formazione degli insegnanti e degli operatori dell’educazione primaria, al fine di promuovere un ambiente educativo capace di fronteggiare le enormi sfide della contemporaneità. L’approccio olistico e transdisciplinare del Centro sarà strumento di innovazione al cuore stesso del sistema scolastico italiano ed europeo.  

 

“Il nuovo Centro di Studi e Ricerca sul Cibo Sostenibile, realizzato in sinergia con tutti gli atenei piemontesi – dichiara Stefano Geuna, Rettore dell’Università di Torino - è un’importante risorsa multidisciplinare per affrontare le sfide globali che il sistema del cibo pone in questi anni. Aumento della popolazione mondiale, malnutrizione, cambiamento climatico, scarsità d’acqua e desertificazione del suolo sono solo alcune delle principali sfide che l’essere umano dovrà affrontare nel prossimo futuro. La sostenibilità si è imposta come un obiettivo inderogabile e i moderni sistemi di produzione alimentare devono essere progettati per tenere in considerazione questo aspetto. L’Università di Torino metterà a disposizione del Centro tutte le sue competenze tecnico-scientifiche, socio-politiche e giuridiche utili ad affrontare correttamente la complessità dello scenario attuale, così da promuovere ricerca ed innovazione in ambito alimentare e contribuire alla creazione di un ecosistema territoriale capace di condurre progetti strategici e attrarre finanziamenti pubblici e privati”.

“Siamo felici – aggiunge il Rettore del Politecnico, Guido Saracco - che questo importante progetto sia giunto a compimento, perché comprende tutti i valori che fondano e guidano la nostra attività di ricerca. Siamo certi di poter dare un contributo importante e siamo felici di poter collaborare con tutti gli atenei piemontesi per valorizzare le eccellenze del nostro territorio e contribuire a diffondere un’attenzione sempre più diffusa sul cibo sano e sostenibile”.

 

“L’Università del Piemonte Orientale – sottolinea Gian Carlo Avanzi, Rettore dell’Università del Piemonte Orientale - dedica da anni un’attenzione multidisciplinare al tema del cibo e dell’alimentazione. La collaborazione con gli altri atenei piemontesi nell’ambito del Centro di Studi e Ricerca sul Cibo Sostenibile è, in questo senso, lo sbocco naturale di un impegno che coinvolge ricercatrici e ricercatori di tutti i nostri Dipartimenti. Siamo convinti che solo un approccio che tenga conto delle implicazioni storico-culturali, economico-sociali e chimico-fisiche del cibo possa creare valore aggiunto per la ricerca e per la condivisione della conoscenza in questo campo così importante per il sistema Italia, verso una declinazione del concetto di sostenibilità meno astratto e più aderente alle necessità delle future generazioni”.

 

"Il centro di ricerca sul cibo - spiega Bartolomeo Biolatti, Rettore dell’Università di Scienze Gastronomiche - nasce con lo scopo di far convergere e incontrare le diverse competenze promuovendone il confronto e la collaborazione.   L’Università di Scienze Gastronomiche si pone come centro ispirazionale sulle tematiche del cibo sostenibile. Un’università che ha dimostrato di saper proporre percorsi nuovi per formare i professionisti del futuro, che ha progettato e realizzato nuovi modelli di integrazione dei luoghi del sapere con il sistema produttivo e le comunità. Prototipi che possono essere sperimentati, integrati e migliorati in collaborazione con gli altri atenei, definendo soluzioni nuove per la formazione, la ricerca e il trasferimento tecnologico. Un importante contributo alla riduzione dell’impatto del sistema alimentare sull’ambiente e sulla salute unica".  

 

"L’attenzione che l’accademia piemontese, attraverso il lancio di questo nuovo Centro di Studi e Ricerca inter-ateneo, sta rivolgendo al mondo del cibo è qualcosa di encomiabile e allo stesso tempo di indispensabile – commenta Carlo Petrini, Presidente del Centro e dell’Università di Scienze Gastronomiche -. Dico questo in virtù dell’importanza che l’alimentazione ricopre da sempre per la vita degli esseri umani. Lo ribadisco soprattutto alla luce della centralità che il cibo ha, e sempre più dovrà avere, nel periodo storico che stiamo attraversando. Se la pandemia e le atroci guerre degli ultimi anni ci hanno ricordato quanto il cibo sia un punto dirimente anche a livello geopolitico, la crisi climatica che attanaglia il nostro Pianeta pone l’accento sulla vulnerabilità degli attuali sistemi alimentari, che in questo senso si pongono come vittima (la produzione di cibo sarà interamente da ripensare per via del riscaldamento globale) e carnefice (oggi il cibo è la principale causa della produzione di CO2). Per questi motivi la ricerca sul cibo e l’educazione alimentare saranno i punti nevralgici per un avvenire più sostenibile. Una maggiore attenzione verso il Pianeta è ciò che le nuove generazioni hanno già iniziato a chiedere e che davvero necessitano per realizzare nel miglior modo possibile il loro futuro”.   

 

Misurabilità, sostenibilità, circolarità, qualità e salubrità saranno le parole chiave intorno alle quali il Centro incardinerà i propri interventi e le proprie progettualità, con lo scopo di perseguire i seguenti obiettivi, tra loro spesso legati: 

  1. Promuovere stagionalità e località: la stagionalità comporta la disponibilità di cibi freschi, ciò consentendo di godere appieno delle loro caratteristiche organolettiche e nutritive senza intermediazione di cicli frigorigeni, catene di trasporto complesse o uso di conservanti, entrambi causa di consumi energetici (diretti o indiretti) e quindi di emissioni di gas serra. Proprio per questi minori consumi - energetici o di materiali - il cibo stagionale ha un riscontro anche nel diritto al sapore e alla sostenibilità economica per il consumatore;
  2. Ridurre la plastica all’interno della filiera alimentare: L’inquinamento da plastiche non biodegradabili ha raggiunto livelli preoccupanti. Se da un lato sono oramai necessarie politiche attive per ripulire il mondo dalle pervasive plastiche, dall’altro è urgente sia ridurne al massimo l’utilizzo che aumentarne la riciclabilità;
  3. Ridurre gli sprechi: Ogni anno si producono 2,6 Gton (miliardi di tonnellate) di cibo utile, generando contemporaneamente 1,3 Gton di rifiuti organici, per metà circa originati nelle mura domestiche, per l’altra metà lungo la filiera produttiva. Ridurre gli sprechi alimentari significa produrre meno CO2, disboscare meno foreste per far spazio a produzioni alimentari e, non poco in termini di riduzione delle diseguaglianze, risparmiare;
  4. Promuovere un utilizzo rigenerativo dei suoli: il consumo di suolo continua ad aumentare: In Italia cresce più il cemento che la popolazione, e ogni secondo si perdono 2 mq di suolo fertile. È necessario rafforzare il legame tra agricoltura e ricerca, favorendo il dialogo e la collaborazione tra aziende agricole virtuose dal punto di vista dei servizi ecosistemici e centri di ricerca, con l’obiettivo di iniziare un percorso che porti alla costituzione di un network italiano di lighthouse farms (dimostratori territoriali di buone pratiche, luoghi di formazione e comunicazione) e living labs (luoghi ricerca dove gli stakeholders contribuiscono a sviluppare soluzioni e ad accelerarne l’adozione sui territori), in collaborazione con gli stakeholders attivi nel settore.
  5. Rafforzare la biodiversità: La Convenzione ONU sulla Diversità Biologica definisce la biodiversità come la varietà e variabilità degli organismi viventi e dei sistemi ecologici in cui essi vivono, includendo la diversità a livello genetico, di specie e di ecosistema. Negli ultimi 10 anni sono scomparse 160 specie animali e 35,000 sono quelle a rischio, anche in conseguenza dei cambiamenti climatici, dell’inquinamento e di un uso scorretto dei suoli. Combattere la perdita di biodiversità non è solo una questione etica. Biodiversità significa resilienza e capacità di sopravvivere al cambiamento grazie a un sottile equilibrio che regola le relazioni tra gli esseri viventi, l’uno essendo spesso funzionale all’altro in un ecosistema complesso.
  6. Ridurre gli anelli della filiera di produzione e trasporti delle merci: ogni volta che si tratta una materia prima alimentare se ne compromette in parte le qualità nutritive, si generano scarti, si consuma energia e si contribuisce all’effetto serra. Il trasporto di merci in container a costi bassi ha portato da un lato ad aumentare l’impronta ambientale dei cibi e dall’altro a mettere fuori mercato filiere alimentari autoctone;
  7. Aumentare l’apporto proteico da fonti alternative alla carne: L’allevamento di bovini, anche per la sua estensione, comporta il 4% delle emissioni di gas serra di origine antropica. Questo non è legato tanto alla CO2 ma al metano associato alle deiezioni animali, essendo quest’ultimo 21 volte più efficace del biossido di carbonio nel promuovere il riscaldamento dell’atmosfera. All’insegna del principio “no one left behind” a cui ispirare la transizione ecologica - per non generare squilibri economici controproducenti- sarà necessaria una certa progressione nel disimpegno, almeno parziale, dalla carne come fonte proteica, privilegiando comunque le filiere autoctone di prossimità rispetto a quelle di importazione, su cui pesa l’impronta ambientale aggiuntiva legata al trasporto;
  8. Tracciare e qualificare sempre meglio il cibo: qualificare, certificare e tracciare i cibi prodotti lungo l’intera catena che dal campo passa all’industria di processo, alla tavola dei consumatori fino ad arrivare alla salute di questi ultimi attraverso la blockchain, la rete informatica di nodi che gestisce in modo univoco e sicuro un registro pubblico composto da una serie di dati e informazioni, come le transazioni, in maniera aperta e distribuita, senza che sia necessario un controllo centrale;
  9. Promuovere l’educazione alimentare nelle scuole favorendo il dialogo tra scienza e saperi tradizionali: per raggiungere la massa critica necessaria ad affrontare con successo le enormi sfide della contemporaneità, è necessario crescere una generazione di cittadini consapevoli che i propri stili di vita e in particolare i propri consumi alimentari impattano fortemente sul sistema alimentare globale;
  10. Promuovere la salute attraverso il cambiamento degli stili di vita. La salute è perseguibile attraverso l’adozione di diete sane e sostenibili. In un’ottica di innovazione e di cambiamento del modello sanitario attuale, che dedica una parte cospicua delle proprie risorse al processo di cura, il cibo potrebbe e dovrebbe rappresentare il giro di boa verso un maggiore investimento in piani preventivi, che mirino non solamente all’incremento dell’età media di vita della popolazione, come accaduto negli ultimi decenni, ma con l’obiettivo più ambizioso di promuovere e sostenere un invecchiamento in salute. Inoltre, l’adozione di pattern dietetici sani e sostenibili, ha il duplice vantaggio di preservare non solo la salute dell’uomo, ma anche quella del Pianeta Terra.     
  11. Supportare e promuovere la costruzione di “politiche del cibo” alle diverse scale e in particolare quella regionale e locale: le politiche del cibo su scala nazionale e regionale hanno un ruolo fondamentale nella territorializzazione delle politiche europee in campo agro-alimentare. Il nuovo Centro potrà favorire ulteriormente la collaborazione tra gli atenei piemontesi – già avviata con l’Atlante del cibo di Torino metropolitana, il lancio dell’Osservatorio nazionale sulle politiche locali del cibo e le attività della RUS (Rete delle Università per lo Sviluppo Sostenibile) e in particolare di RUS Piemonte – consentendo di giocare un ruolo di riferimento alla scala nazionale e internazionale nel supporto e promozione alla costruzione di food policy place-based che sappiano difendere, promuovere e valorizzare le diversità bio-culturali.
 
Data di pubblicazione del comunicato: 
Lunedì, 22 Gennaio, 2024

Perché alcuni tumori al colon-retto non rispondono alla chemioterapia? La risposta potrebbe arrivare dal microbiota intestinale

La chemioterapia rappresenta ancora oggi un’arma fondamentale nella terapia dei tumori, specialmente di quelli intestinali. Sono disponibili in clinica numerosi farmaci, alcuni dei quali condividono il meccanismo comune di danneggiare il DNA delle cellule tumorali, sgretolandolo pezzo dopo pezzo, finché il tumore rimane senza “istruzioni” e regredisce. Si tratta però di farmaci che possono colpire anche le cellule normali, causando effetti collaterali che possono precludere la prosecuzione del trattamento. Inoltre non tutti tumori intestinali rispondono fin dall’inizio allo stesso farmaco. Ottimizzare, dunque, la scelta terapeutica per massimizzare il beneficio clinico e ridurre la tossicità collaterale è fondamentale. Attualmente, però, non esistono ancora criteri univoci per scegliere la chemioterapia più adatta a ogni paziente.

 

Un gruppo di ricercatori attivi in Italia, uniti da una collaborazione tra IFOM e il Dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino, ha trovato una nuova strategia per selezionare il trattamento più idoneo ai pazienti con cancro del colon-retto, adottando un cambio di prospettiva innovativo. Anziché concentrarsi solo sul tumore per predire la possibile risposta alla chemioterapia, i ricercatori hanno studiato ciò che lo circonda, tra cui l’insieme dei batteri che popolano l’intestino: il cosiddetto microbiota. Lo studio, svolto grazie al sostegno di Fondazione AIRC e di un grant ERC dell’Unione Europea, è stato coordinato dal professor Alberto Bardelli, Direttore Scientifico di IFOM e Professore Ordinario dell’Università di Torino. I risultati sono stati pubblicati sull’autorevole rivista scientifica Cell Reports Medicine.

 

“Il microbiota rappresenta un incredibile insieme di microrganismi che dimorano nell’intestino” spiega il professor Bardelli. “Se ognuno di essi fosse una stella, il microbiota sarebbe grande cento volte la Via Lattea. Il microbiota svolge molte funzioni importanti e positive per il nostro organismo, ma ci sono alcuni batteri che promuovono lo sviluppo del cancro. In particolare è noto che alcune specie di Escherichia coli e altri batteri intestinali siano in grado di produrre una specifica tossina, chiamata colibactina, che è stata trovata arricchita in una frazione di tumori colorettali. Questa tossina è in grado di provocare la trasformazione delle normali cellule intestinali in tumorali inducendo delle mutazioni, cioè delle alterazioni nella sequenza del loro DNA, la molecola che è anche il bersaglio dei chemioterapici usati comunemente in clinica. Ci siamo dunque chiesti se ci potesse essere una correlazione, cioè se l’esposizione alla tossina potesse influenzare il modo in cui i tumori rispondono ai trattamenti”.

 

“Abbiamo avuto l’idea di andare oltre lo studio delle sole cellule tumorali per capire come possano essere guidate dal micro-ambiente che le circonda” prosegue il dottor Alberto Sogari, ricercatore sostenuto da AIRC presso il Dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino e primo autore dell’articolo. “Non è stato facile perché questo cambio di approccio ha richiesto l’ideazione di nuovi protocolli sperimentali. Con l’aiuto dei microbiologi del gruppo del professor David Lembo, del Dipartimento di Scienze Cliniche e Biologiche dell’Università di Torino, abbiamo coltivato in laboratorio cellule tumorali colorettali e batteri produttori di colibactina, simulando così quello che avviene nell’intestino. Abbiamo utilizzato sia linee cellulari sia i cosiddetti organoidi, ossia colture in tre dimensioni di cellule di pazienti con cui si cerca di approssimare la struttura tridimensionale dei tumori di origine. In questo modo abbiamo studiato l’impatto funzionale della colibactina sulle cellule, con tecnologie di sequenziamento e analisi bioinformatiche all’avanguardia. Abbiamo scoperto che la colibactina funziona come una sorta di “palestra per i tumori”: questa tossina allena infatti le cellule tumorali a sopportare un carico costante di mutazioni al DNA, abituandole. Così, quando si inizia il trattamento con un farmaco chemioterapico con un meccanismo simile molto usato in clinica, l’irinotecano, il tumore è già allenato. Avendo imparato a sopportare le mutazioni causate dalla colibactina, il cancro impara anche a tollerare il danno provocato dalla chemioterapia, diventando così resistente.”

 

Lo studio apre dunque nuove prospettive. I ricercatori hanno infatti osservato che anche tumori allenati dalla colibactina possono rispondere ad altri approcci chemioterapici che agiscono con un meccanismo diverso. La colibactina, quindi, può costituire la chiave per selezionare la strategia terapeutica adeguata a colpire questi tumori con maggiore efficacia.

 

“Nell’ambito della cosiddetta oncologia di precisione” conclude il professor Bardelli “è sempre più importante stratificare i pazienti per poter rendere i trattamenti il più possibile precisi e mirati. I nostri risultati mostrano quanto sia importante un approccio integrato a 360 gradi, che guardi sia al tumore sia a ciò che lo circonda. L’obiettivo è anche scoprire nuovi bio-marcatori, cioè nuovi criteri per selezionare i farmaci più adatti a ciascun tumore e ciascun paziente. Partendo dai nostri risultati pre-clinici, abbiamo così cominciato ad analizzare la presenza della colibactina in campioni clinici provenienti da pazienti dell’Ospedale Niguarda di Milano, in collaborazione con il Professor Siena e il Professor Sartore-Bianchi, per correlare l’eventuale presenza della tossina alla risposta clinica ai farmaci. Abbiamo già ottenuto dei primi risultati incoraggianti che confermano le ricadute traslazionali della nostra scoperta”. L’obiettivo dei ricercatori è adesso di validare questo approccio su coorti più grandi e rappresentative di pazienti di cancro al colon.

Data di pubblicazione del comunicato: 
Lunedì, 22 Gennaio, 2024

Le piante utilizzate dall'uomo non sono sufficientemente protette a livello globale

In una ricerca pubblicata oggi, venerdì 19 gennaio, sulla rivista Science, gli scienziati del World Conservation Monitoring Centre del Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente e dei Royal Botanic Gardens, Kew, in collaborazione con l’Università di Torino e altri partner accademici, hanno quantificato per la prima volta la distribuzione globale delle piante utilizzate dall'uomo. L'analisi ha rivelato che le maggiori concentrazioni di piante si trovano ai tropici, "hotspot bioculturali" che dovrebbero essere aree prioritarie per la conservazione ma, ad oggi, sono in gran parte non protette. 

 

Le piante rendono possibile la vita e hanno permesso all'umanità di svilupparsi e prosperare. Oltre a nutrire gli esseri umani e il bestiame, a fornire medicinali vitali, carburante e materiali per l'abbigliamento e le infrastrutture, la diversità delle piante può fornire soluzioni ai problemi globali attuali e futuri, come la fame, le malattie e i cambiamenti climatici. Il team ha analizzato la distribuzione di 35.687 specie di piante con usi documentati da parte dell'uomo, che coprono 10 categorie, tra cui cibo umano e foraggio per animali, materiali, combustibili e medicinali.

 

L'analisi ha utilizzato oltre 11 milioni di osservazioni di specie vegetali registrate da botanici di tutto il mondo e algoritmi di apprendimento automatico all'avanguardia per prevedere la distribuzione geografica delle specie vegetali utilizzate e la loro rarità.

La ricerca ha identificato l'America centrale, le Ande tropicali, il Golfo di Guinea, l'Africa meridionale, l'Himalaya, il Sud-Est asiatico e la Nuova Guinea come centri eccezionali di specie vegetali rare e con alta diversità di piante utilizzate dall’uomo.

 

Nonostante la rete globale di aree protette copra il 16% delle terre emerse e delle acque interne della Terra, i modelli mostrano che c'è una maggiore probabilità che le piante utilizzate dall'uomo - in particolare le specie rare - si trovino al di fuori delle aree protette. Ciò è particolarmente evidente in aree ecologiche delle Americhe, dell'Africa meridionale, del Sud-est asiatico e dell'Australia.
La ricerca ha anche rilevato che un numero sproporzionato di specie vegetali utilizzate è presente in molti territori indigeni dell'America centrale, del Corno d'Africa, dell'Asia meridionale e sudorientale.

 

Le aree indigene che contengono una diversità vegetale eccezionalmente elevata dovrebbero essere considerate prioritarie, sia per la conservazione della natura che per la protezione delle conoscenze tradizionali. Sebbene i governi di tutto il mondo si siano impegnati a proteggere il 30% della Terra entro il 2030, rimangono ancora degli interrogativi su come le nuove aree protette possano garantire la conservazione a lungo termine della diversità vegetale e dei suoi contributi alle persone.

 

I risultati evidenziano la necessità di trovare modi per proteggere la biodiversità preservando al contempo la sussistenza, il benessere e le conoscenze tradizionali delle persone. La pianificazione della conservazione deve considerare meglio la diversità vegetale e il suo contributo alle popolazioni nella futura pianificazione della conservazione basata sulle aree, soprattutto nell'ambito dell'ambizioso obiettivo 3 del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework della COP 15 di aumentare le aree protette e conservate per coprire il 30% della terra, delle acque interne e degli oceani del mondo entro il 2030.

 

“Il risultato di questo lavoro collaborativo - dichiara Tiziana Ulian, docente del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi dell’Università di Torino e senior research leader del Royal Botanic Gardens, Kew - è un passo importante per comprendere meglio l’enorme diversità delle piante utilizzate dall’uomo, la loro importanza culturale e la distribuzione in tutto il mondo. Proteggendo le aree con un’elevata diversità delle piante possiamo non solo contribuire ad affrontare la crisi globale che affligge la biodiversità, ma anche aiutare a sostenere la transizione verso un futuro sostenibile per l’umanità sul pianeta. Questa alta diversità vegetale può aiutarci a sviluppare Nature-based solutions (NBS) per affrontare sfide globali, come il cambiamento climatico, la sicurezza alimentare. la salute umana e la gestione del rischio di calamità ambientali”.

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Venerdì, 19 Gennaio, 2024

Perché i cani scodinzolano? Una ricerca dell'Università di Torino indaga sulle ragioni di questo comportamento enigmatico

Oggi, mercoledì 17 gennaio, sulla rivista Biology Letters, è stata pubblicata la ricerca intitolata “Why do dogs wag their tails?”, condotta dalla Dott.ssa Silvia Leonetti del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi dell’Università di Torino, in collaborazione con l’Università di Roma La Sapienza, l'Università di Medicina Veterinaria di Vienna e il Max Planck Institute for Psycholinguistics. In questo lavoro vengono riassunte le ricerche che hanno indagato i meccanismi, l’evoluzione e la funzione dello scodinzolio nei cani domestici e vengono inoltre avanzate due ipotesi evolutive per spiegare l’insorgenza di questo comportamento evidente ma scientificamente ancora poco chiaro.

I cani domestici sono i carnivori più diffusi al mondo. Con una popolazione stimata di un miliardo di individui sono presenti in quasi tutte le aree abitate dall'uomo, una convivenza iniziata circa 35mila anni. Molti dei loro comportamenti, tuttavia, rimangono un enigma scientifico, come ad esempio il loro scodinzolio. Le code sono comuni a tutti i vertebrati e si sono originariamente evolute per la locomozione; molti animali le usano anche per l'equilibrio e per scacciare i parassiti. Nei canidi, le code non sono più utilizzate per la locomozione, ma piuttosto per la comunicazione rituale.

 

La coda dei cani è un'estensione della colonna vertebrale, ma si sa poco di come i suoi movimenti siano controllati a livello neurofisiologico. Si tratta di un comportamento asimmetrico, con i cani che mostrano movimenti lateralizzati a seconda degli stimoli che incontrano. Ciò suggerisce una lateralizzazione cerebrale, con una tendenza a scodinzolare sul lato destro, determinata dall'attivazione dell'emisfero sinistro, per gli stimoli che hanno una valenza emotiva positiva (es: quando viene mostrato il padrone o una persona familiare). Al contrario, mostrano uno scodinzolio orientato a sinistra, quindi l'attivazione dell'emisfero destro, per gli stimoli che suscitano ritiro (es: quando viene mostrato un cane sconosciuto e dominante o in situazioni di aggressività).

 

Associare lo scodinzolio all'eccitazione, sia positiva che negativa, suggerisce una correlazione con gli ormoni e i neurotrasmettitori legati a questo tipo di reazione. Ad esempio, esistono prove indirette che collegano l'ossitocina allo scodinzolio, soprattutto quando i cani si riuniscono a un umano familiare. Tuttavia, le associazioni tra il comportamento scodinzolante e i livelli di cortisolo non sono coerenti tra gli studi. Ciò è probabilmente dovuto al fatto che i livelli di cortisolo basale possono variare con molti altri parametri (sesso, razza, età e storia di vita del cane). In aggiunta, le incongruenze del passato possono essere dovute al fatto che lo scodinzolio viene tipicamente analizzato come un'unica categoria comportamentale, senza tener conto della sua natura multidimensionale e dei suoi parametri.

 

“Nessuno studio - dichiara Silvia Leonetti - ha seguito lo sviluppo del comportamento scodinzolante nello stesso individuo per tutta la vita. Solo in un caso, tuttavia, sono state quantificate diverse caratteristiche comportamentali dei cuccioli di cane e di lupo, compreso lo scodinzolio. I cuccioli di entrambe le specie sono stati allevati e poi testati per verificare la loro preferenza per l'uomo che li accudisce rispetto ad altri stimoli. I cuccioli di cane di quattro-cinque settimane hanno iniziato a scodinzolare frequentemente e a manifestare preferenze per la persona che li accudiva. I cuccioli di lupo, invece, scodinzolavano molto meno”.

 

Sia il movimento della coda che la sua posizione trasmettono informazioni nelle interazioni cane-cane, cane-uomo e cane-oggetto. Tra i canidi, lo scodinzolio con un portamento basso è spesso usato come segno visivo di acquiescenza, sottomissione o intento non aggressivo. La combinazione di scodinzolio e portamento della coda sembra un affidabile indicatore di status di sottomissione e subordinazione formale nelle interazioni cane-cane. Lo scodinzolio è usato anche come segnale di acquiescenza o di affiliazione nelle interazioni cane-uomo. Uno studio ha rilevato che durante le situazioni di rifiuto del cibo, i cani scodinzolavano di più quando era presente un umano rispetto a quando non lo era, suggerendo che lo scodinzolio può funzionare anche come segnale di richiesta.

 

Una chiave per comprendere meglio le ragioni dello scodinzolio canino potrebbe essere la domesticazione, un lungo processo che porta a una serie di cambiamenti fisiologici, morfologici e comportamentali nelle specie addomesticate. “L'addomesticamento del cane - prosegue Leonetti - è probabilmente iniziato durante il Paleolitico superiore. I cambiamenti associati alla domesticazione includono: depigmentazione della pelliccia, riduzione delle dimensioni dello scheletro facciale e dei denti, cambiamenti nelle dimensioni e nelle proporzioni generali del corpo, comparsa di attributi fisici come le orecchie flosce e la coda arricciata, riduzione delle dimensioni del cervello, riduzione dell'aggressività, aumento della docilità e la variazione dei livelli ormonali con conseguenti cambiamenti comportamentali”.

 

Diverse ipotesi hanno cercato di spiegare come si siano verificati questi cambiamenti. Secondo l'ipotesi della "sindrome da domesticazione", esso può portare all'emergere di tratti geneticamente collegati ma inaspettati, che sono sottoprodotti di una selezione per un altro tratto, come ad esempio la docilità o la socievolezza nei confronti dell'uomo. Ciò potrebbe essere dovuto a un legame genetico tra la selezione per la docilità e l'anatomia della coda. Ad esempio, le selezioni iniziali per la docilità potrebbero aver portato ad alterazioni delle cellule della cresta neurale durante lo sviluppo, con ripercussioni su vari tratti fenotipici, tra cui l'anatomia della coda.

 

In alternativa, il comportamento scodinzolante potrebbe essere stato un obiettivo del processo di domesticazione, con gli esseri umani che hanno selezionato i cani che scodinzolavano più spesso e, potenzialmente, in modo più ritmico. Questa è l'ipotesi dello "scodinzolio ritmico addomesticato". Molti studi multidisciplinari dimostrano che gli esseri umani hanno notevoli capacità di percepire e produrre sequenze ritmiche, in particolare schemi isocroni in cui gli eventi sono equamente spaziati nel tempo. Questa propensione per i ritmi isocroni potrebbe aver guidato la selezione umana per il vistoso scodinzolio ritmico, spiegando perché i cani lo mostrano così spesso nelle interazioni uomo-cane.

 

Secondo entrambe le ipotesi, la selezione del comportamento scodinzolante potrebbe non essere stata uniforme tra le varie razze; ad esempio, i cani da caccia scodinzolano di più dei cani da pastore, e hanno anche subito una selezione diversa per quanto riguarda lo scodinzolio. Ciò dimostra che lo scodinzolio sia un tratto multidimensionale che può differire in base a vari parametri, tra cui il portamento della coda, la direzione e la velocità. In teoria, ogni parametro del movimento della coda potrebbe essere sottoposto a diversi livelli di controllo neurale, avere funzioni diverse e/o trasmettere informazioni diverse.

 

“Lo scodinzolio dei cani - conclude Leonetti - è un comportamento evidente ma scientificamente sfuggente. La sua unicità, complessità e ubiquità sono potenzialmente associate a molteplici funzioni, ma i suoi meccanismi e la sua ontogenesi sono ancora poco conosciuti. Queste lacune ci impediscono di comprendere appieno la storia evolutiva del moderno comportamento scodinzolante e il ruolo svolto dall'uomo in questo processo. Un'indagine più sistematica e approfondita sullo scodinzolio non solo permetterà di mappare meglio questa iconica manifestazione comportamentale del cane, ma fornirà anche informazioni indirette sull'evoluzione dei tratti umani, come la percezione e la produzione di stimoli ritmici”.

Data di pubblicazione del comunicato: 
Mercoledì, 17 Gennaio, 2024

Edoardo Sanguineti nella città “cruciverba”: inaugurata all’Archivio di Stato la mostra dedicata al grande poeta e al suo rapporto con Torino

Oggi, martedì 12 dicembre, alle 10:00, presso le Sezioni Riunite dell’Archivio di Stato di Torino (Via Piave, 21) è stata inaugurata la mostra Edoardo Sanguineti nella città “cruciverba”. Sono intervenuti:

 

  • Stefano Benedetto (Archivio di Stato di Torino, Soprintendenza Archivistica e Bibliografica del Piemonte e della Valle d'Aosta)
  • Clara Allasia (Università di Torino)
  • Franco Prono (Università di Torino)
     

L’esposizione attinge principalmente ai fondi del Centro Studi Interuniversitario Edoardo Sanguineti, con i quali interagiscono alcune schede lessicografiche selezionate provenienti dal Fondo esempi letterari (scarti e giunte) del Grande Dizionario della Lingua Italiana, al quale Sanguineti partecipò, grazie alla fondamentale mediazione dell’amico Tullio De Mauro, in veste di direttore dei Supplementi. I visitatori potranno ammirare per la prima volta due recentissimi ritrovamenti, che risalgono agli albori della carriera del Sanguineti poeta: il manoscritto di Composizione, la raccolta sottoposta nel febbraio 1950 a Cesare Pavese, che la rifiutò; due redazioni di Laszo Varga e il manoscritto finale di Laborintus, la fondamentale opera d’esordio di Sanguineti, nella redazione in cui il titolo era ancora Laberintus.

 

La mostra, a ingresso gratuito, sarà aperta fino al 30 aprile 2024.

 

L’esposizione fa parte della rassegna Edoardo Sanguineti nella città “cruciverba”, ideata dal Centro Studi Interuniversitario Edoardo Sanguineti in collaborazione con UniVerso, l’osservatorio permanente sulla contemporaneità dell’Università di TorinoArchivio di Stato di TorinoAccademia delle Scienze di TorinoInfini.to - Planetario di Torino e Museo dell'Astronomia e dello Spazio "Attilio Ferrari, Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi, Dipartimento di Studi Umanistici e StudiumLab, vanta il patrocinio di prestigiose istituzioni culturali nazionali quali, tra le altre, l’Accademia della Crusca e l’Accademia Toscana di Scienze e Lettere La Colombaria, della GAM - Galleria d’Arte Moderna di Torino e di RAI Teche.

 

Il programma, che ha preso il via lo scorso 27 novembre, comprende, oltre alla mostracinque momenti di convegno, articolati in un percorso significativo per i luoghi e gli enti coinvolti, che guarda ai diversi interessi di Sanguineti in un itinerario alla scoperta delle spinte creative dell’autore e delle molteplici relazioni interdisciplinari che portano a una incessante rideterminazione semantica dei materiali e degli oggetti. 

 

Le conferenze affrontano, di volta in volta, il rapporto di Sanguineti con la lessicografia e la sua capacità di riutilizzarla in chiave letteraria. Dopo la seduta inaugurale del 27 novembre all’Accademia delle Scienze di Torino e l’appuntamento dell’11 dicembre al Planetario InfiniTo, dedicato a Le parole delle stelle, gli incontri proseguono l’esplorazione delle diverse declinazioni delle parole sanguinetiane: la descrizione sarà il tema dell’appuntamento Le parole dell'ecfrasi: la descrizione si fa arte, in programma il 26 gennaio 2024 alla Sezione Corte dell’Archivio di Stato; le Parole della Scienza quello della conferenza ospitata dal Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi il 19 febbraio 2024. Le manifestazioni si concluderanno presso la Sala Multifunzionale della Cavallerizza con due lezioni magistrali e una tavola rotonda.

 

La parola, che Sanguineti definì “fabbrica del mondo”, è il fil rouge della rassegna, che esplora gli interessi lessicografici del poeta, strettamente connessi alla città di Torino, da lui definita città “cruciverba”, “con tutte le caselle bene a posto, secondo uno schema assolutamente geometrico, e con tutte le definizioni a posto”. Una definizione che guardava anche al suo ruolo di “lessicomane”: nel capoluogo piemontese, infatti, il poeta collaborò ai progetti di due dizionari, pietre miliari della storia della lessicografia: il Grande Dizionario della Lingua Italiana (GDLIBattaglia) e il Grande Dizionario Italiano dell’Uso (GDUDe Mauro).

 

Cartella stampa con programma completo della rassegna e immagini della della mostra in allegato

Data di pubblicazione del comunicato: 
Mercoledì, 13 Dicembre, 2023
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